
La Civiltà delle Macchine |
Prolusione A.A. 95-96
Pier Ugo Calzolari - 14 ottobre 1995 1. Introduzione Magnifico Rettore, Signor Ministro, Autorità, Chiarissimi Colleghi, Studenti, Signore e Signori,
nel Gorgia (LVIII), dibattendo con Callicle della dignità e dell'utilità delle varie arti, il protagonista ci informa su quello che era probabilmente un sentimento comune al tempo di Platone: " ...tu disprezzi lui e la sua arte e oltraggiosamente lo chiami un costruttore di macchine ( banaousios, oggi diremmo "ingegnere" ), né daresti una tua figliola in moglie a suo figlio, né vorresti che tuo figlio sposasse una sua figliola. Eppure, date le ragioni (l'utilità pubblica) per cui magnifichi la tua arte (la retorica ), con quale diritto disprezzi chi costruisce macchine...? ". Dunque, il primo e illustre segnale di diffidenza verso i costruttori di macchine viene registrato addirittura da Platone. È la prima spia, singolare se si vuole, di una faccenda destinata a dilatarsi nel tempo e che si è espressa come questione, come dire, di integrazione culturale della tecnica. A questo tema è dedicata la mia lezione e, a sua volta, essa è dedicata ai molti giovani che in questa Università impegnano i loro anni migliori nella severa disciplina dello studio delle tecnologie avanzate. Ad essi vorrebbe offrire una ricostruzione sintetica del quadro culturale nel quale la tecnica si trova ad operare oggigiorno, poichè in molti modi questo quadro influenzerà il loro lavoro futuro.In questa lezione si parlerà di tecnologia, e in particolare di tecnologia dell'informazione, ma si discuterà soprattutto dei problemi che il suo sviluppo imponente oggi solleva. Mi asterrò con cura, viceversa, dal vestire i panni di cicerone nel gabinetto delle meraviglie tecnologiche , poiché mi è sempre sembrato che l'inclinazione a épater le bourgeois sia il vezzo meno apprezzabile degli uomini di scienza. 2. Lo scenario della società dell'informazione .Per disegnare lo scenario nel quale si inscrive la società dell'Informazione che sta facendo le sue prime prove sotto i nostri occhi alcuni si affidano alla teoria dei cicli economici. Mi sia consentito di esprimere dubbi sulla capacità di previsione di teorie come quelle di Kondratieff ed epigoni, delle quali per altro non c'è alcun bisogno per pronosticare che le tecnologie dell'informazione costituiranno il fattore strategico del ciclo storico che esse stesso hanno dischiuso. Semmai, se si pretendesse di individuare qualche elemento di periodizzazione nella trama della storia, mi affiderei a scale temporali e categorie valutative più estese. Penserei piuttosto che quella propiziata dalle tecnologie dell'informazione è la quarta rivoluzione dopo quella del linguaggio, della scrittura e della stampa. Con pertinente acume è stato fatto osservare che tutte queste hanno a che fare con la comunicazione tra gli uomini e dunque che le rivoluzioni che cambiano la direzione della storia sono quelle che incidono sui modi di trasmissione della conoscenza.Come è noto tutto è cominciato con la microelettronica una trentina di anni fa e cioè quando, per la prima volta nella storia della tecnologia, si comprese che lo stesso processo che produceva i componenti elementari di un sistema era in grado di genenerare, simultaneamente e in forma integrata, anche le interconnessioni. Fu una rivoluzione, giacché per la prima volta era possibile spostare il fuoco della progettazione direttamente al livello dei sistemi complessi. Per trent'anni, sotto la spinta di un destino che la incalza a immaginare universi di silicio sempre più densamente popolati da individui elementari sempre più minuti e veloci, la microelettronica ha prodotto macchine per l'elaborazione delle informazioni la cui complessità è aumentata del 50 % ogni anno e la velocità del 25%. Con una certa apprensione si percepisce l'avvicinarsi di quei limiti intrinseci del silicio che la teoria ansiosamente indaga da anni. E tuttavia, per i primi anni del 2000 è atteso l'appuntamento con il gigachip , il circuito integrato capace di memorizzare in un cm2 di silicio 1012 (mille miliardi = 1 giga) bit e di operare con frequenze dell'ordine di 1012 cicli/s. Per capire verso quale orizzonte siamo incamminati possiamo pensare che quel frammento di silicio potrà contenere 100 volte l'Enciclopedia Treccani e che sarà in grado di leggerla in meno di 1 secondo.La microelettronica è il terreno di cultura di tutte le nuove tecnologie ed è il terreno sul quale si è consumato il matrimonio più fecondo del secolo che è quello tra la teoria delle macchine per il calcolo (l'informatica) con la teoria delle macchine per la comunicazione (le telecomunicazioni). È praticamente impossibile (o, quanto meno, io non ne sono capace) trasmettere in poche battute sia pure soltanto una sensazione delle numerose direttrici aperte: si rischia di imitare il cavaliere di quella fiaba orientale del quale si narra che balzò sul suo destriero e che partì in tutte le direzioni.Dovremmo infatti accennare alla futura generazione dei calcolatori con accesso colloquiale, ai progressi delle tecniche di intelligenza artificiale, alle prospettive di personalizzazione dei sistemi di comunicazione, all'electronic living centrato sull'unità domestica di comunicazione nella quale saranno riunite tutte le funzioni e i servizi oggi disperse sul telefono, apparato TV, giornali, ecc. Accennerò ad uno solo dei grandi indirizzi di ricerca, assumendolo come campione di quelli che appaiono più densi di futuro.Mi riferisco all'imitazione dei modelli connessionistici del cervello umano nelle macchine per il calcolo. Essa consentirà di aggredire problemi a tutt'oggi preclusi alle tecniche hardware e software per effetto dell'esplosione esponenziale della complessità delle elaborazioni. Qui la tecnica sta attingendo alla fisiologia - penso all'avanzamento delle conoscenze sulle attività della corteccia cerebrale e ai suggerimenti che ne sono derivati nella costruzione delle reti neuronali - ma anche ad altri lontani distretti scientifici: uno studioso ungherese, Tibor Vamos, fa osservare1[4] 3 che un sistema ad alta connettività, hardware o software, applica il paradigma delle formiche di Hofstadter2[5] 4 . Una società di formiche è in grado di sviluppare risposte collettive infinitamente superiori a quelle consentite al rudimentale sistema nervoso di ciascuno dei suoi membri grazie ad una organizzazione cooperativa, priva di gerarchia concettuale, ma basata sulla propagazione dell'informazione. Schemi di questo tipo sono oggi alla base dei più efficienti sistemi per il riconoscimento delle configurazioni, siano essi immagini di oggetti, testi manoscritti o altro. Dalla mimesi dei sistemi naturali di elaborazione alla loro integrazione nel processo di elaborazione il passo è tutt'altro che breve, ma non inconcepibile. In effetti, in alcuni laboratori si stanno sviluppando i primi esperimenti di collegamento diretto di un calcolatore con semplici aggregati di neuroni naturali.Ricordate quell'antico sogno di Leibniz della "macchina per pensare"? Ebbene, dobbiamo prendere atto che a piccoli passi, forse inconsapevolmente, impercettibilmente la tecnica si muove oggi in una direzione di più radicale ambizione: la costruzione del doppio, della creatura meccanica simile all'uomo, che dia corpo al sogno di un altro, amico, docile e fedele. Questa vertigine del doppio è una tentazione ricorrente nel corso degli ultimi secoli, a partire dagli androidi dal cuore meccanico e dal viso di cera che affascinavano Federico il Grande e Voltaire. La constatazione che oggi questo disegno potrebbe essere qualcosa di più di una fantasia ci inquieta profondamente. 3. La Tecnica, il problema del nostro tempoL'inquietudine è un prodotto abituale della riflessione sulla tecnica, percepita da molti come il problema di questi nostri anni. Tentiamo un succinto repertorio dei predicati correnti.La T. modifica il mondo con una forza e una capacità che sembrano indipendenti dalle condizioni al contorno. Agisce come sistema autoreferenziale e in questo senso essa è inquietante. Spostando l'asse dal demand pull al technological push , la T. cortocircuita il mercato ed archivia il consumatore: per questo viene percepita come usurpazione.La T. divora i posti di lavoro e insidia la pace sociale. E che dire poi dell'insidia portata agli stessi sistemi organizzativi che hanno sorretto la società industriale? La prospettiva di una massiccia diffusione del lavoro a distanza, per esempio, fa balenare la necessità di rivedere in profondità equilibri tra lavoro e vita privata dolorosamente conquistati e faticosamente mantenuti. In questo senso la T. è eversiva. Alcuni manifestano la sensazione che il nostro futuro sia già tutto inscritto nelle attuali articolazioni interne della T.: in questo senso essa ci incuriosisce e ci fa paura.La T. non comunica facilmente. i suoi principi, le sue procedure rimangono celate in recinti iniziatici. In questo senso la T. ci è anche antipatica. E se essa possedesse addirittura un piano? Se essa incarnasse la paura del Grande Fratello preconizzata da Orwell ( "1984" )?Ci sono poi i banditori della vanitas vanitatum, con i loro ammonimenti sul rischio di insuperbire per un nulla, con richiami così simili a la République n'a pas besoin de savants, ecc. E dunque la T. potrebbe anche essere insignificante. La T. può anche essere ridicola, come quando civetta con la fantascienza, magari con la mediazione di immagini di splendide fanciulle fasciate in tute scintillanti e al comando di astronavi disegnate da Giuggiaro.E, per concludere, come ignorare quell'altra concessione alla dimensione ludica rappresentata dall'occasione che essa ha offerto per i mille convegni in cui, fino a qualche anno fa (in epoca di vacche grasse, dunque), gli uomini della scienza, della politica e dell'industria celebravano l'entusiasmo per le magnifiche sorti e progressive, con grande spreco di energie emotive e di luoghi comuni sul genere "costruiamo il futuro", "la nuova frontiera", "il futuro della volontà", ecc. Seguirono puntualmente i periodi di vacche magre e le migliaia di lavoratori "in mobilità". Allora, la T. può anche portare iella. Si potrebbe continuare a lungo ma, per dirla con Ireneo, non è necessario bere tutta l'acqua del mare per concludere che è salata.Generalmente su questi temi la saggicistica, anche quella impegnata, imbastisce variopinti pastiches farciti di citazioni tecniche mal digerite, che sembrano concepiti per dimostrare quell'assunto di Voltaire secondo cui nulla è più appagante della citazione di un concetto che non si è capito in una lingua che non si conosce. Eppure, alcune delle reazioni di questo repertorio pongono questioni fondamentali.4. Il rapporto Uomo-macchina: un rapporto difficile da sempre Tra queste, innanzi tutto, il rapporto Uomo-macchina: un rapporto storicamente molto tormentato, come tutti i rapporti di filiazione.Poco fa abbiamo ricordato Platone e il mistero dell'insensibilità del pensiero greco verso quelle che oggi chiameremmo le applicazioni. Per spiegare la quale si invoca generalmente un argomento di natura sociologica, secondo il quale, in un'economia di tipo prevalentemente schiavistico, l'assenza di stimoli all'invenzione di mezzi tecnici sostitutivi del lavoro umano favoriva la concezione della scienza come pura contemplazione, riservata a gentleman estranei ai problemi delle occupazioni manuali, vili e degradanti. Tra l'altro, è allo stesso principio che si ricorre per spiegare la nascita della tecnologia moderna. Per il discorso che intendiamo sviluppare non è irrilevante cogliere l'occasione per sottolineare che su questa diffidenza verso le applicazioni e, in ultima analisi, su questa resistenza all'integrazione culturale delle conoscenze tecniche la storia della scienza giuocò allora uno dei suoi più singolari capricci. Poté accadere infatti che un apparato di conoscenze fisiche e matematiche ben più esteso di quello posseduto dall'età moderna ai suoi inizi non fosse capace di suggerire all'Ingegneria del tempo nulla più che i meravigliosi ma futili giocattoli di Erone d'Alessandria: come il dispositivo che apriva automaticamente le porte del tempio quando sull'altare veniva acceso il fuoco e che le chiudeva non appena il fuoco veniva spento.Dobbiamo ammettere che da allora la condizione dei costruttori di macchine è migliorata, almeno per ciò che concerne la discriminazione matrimoniale. La stagione folgorante del Rinascimento e il disegno ardente di Bacone, col suo proclama sul significato umano e sociale della scienza, obbligarono quell'antica tentazione di apartheid culturale a inabissarsi. Con Galileo, per esempio, si chiudono le vicissitudini semantiche della parola meccanico , tutte variate per duemila anni attorno a connotazioni negative, come si conviene a un vil cognome , secondo l'espressione - si stenta a crederlo - di Leonardo: è il tema di un saggio gustoso della collega Altieri Biagi.Quell'antica tentazione di apartheid culturale si inabissò, dunque, ma non si estinse tuttavia, poiché come un fenomeno carsico essa attraversò i secoli e riaffiorò nelle aggressive dottrine di svalutazione del contenuto conoscitivo delle tecnologie che si svilupparono all'inizio del nostro secolo. In quella temperie culturale il tema assunse colorature diverse e in un certo senso più generali. Certo, più persistenti poiché a tutt'oggi esse sono sotto i nostri occhi. 5. La paura delle macchineUna di queste componenti è la paura delle macchine. Nella sconfinata letteratura antitecnologica è difficile prescindere da un testo così penetrante come Erehwon di Samuel Butler, composto con ironia corrosiva negli anni in cui l'Inghilterra della regina Vittoria preparava la rivoluzione industriale e "in cui il fischio della trionfante locomotiva già violava la quiete solenne della verdissima, preraffaelitica, campagna inglese". Erehwon è un mondo immaginario, costruito sopra un'ipotesi di inversione totale (Erehwon è il rovescio di Nowhere). In esso si vive nel terrore continuo delle macchine e della loro capacità di espandere quietamente il controllo sull'uomo. Si era argomentato che sulla scala temporale della storia dell'universo le macchine più altamente organizzate erano creature non di ieri ma dell'ultimo minuto. Ma se il mondo fosse durato altri venti milioni di anni che cosa avrebbero finito per diventare le macchine? Non sarebbe stato più prudente distruggere il male all'inizio e impedirgli di progredire ulteriormente? Era così accaduto che nel corso di una feroce lotta civile gli antimacchinisti avevano prevalso sulla fazione dei macchinisti, sterminato questi ultimi ed eliminate tutte le macchine prodotte negli ultimi trecento anni.La polemica di Butler non perde efficacia se si osserva che, nel rispetto geometrico del procedimento di inversione, in Erehwon i giovani studiano nelle scuole di irragionevolezza, nelle quali gli esercizi di nebulosità e di ipotetica puntano ad allontanare le idee chiare e distinte, dove la virtù si identifica con la buona salute, dove il crimine è assimilato alla malattia e amorevolmente curato in appositi ospedali e dove la ricchezza viene premiata e la miseria punita. Sotto i colori del divertissment Butler interpreta un sentimento diffuso da tempo nella cultura europea. Goethe aveva confessato: "Il prevalere della macchina mi tormenta e impaurisce: scoppia un temporale, lentamente, lentamente; ma ha preso la sua direzione, verrà e colpirà ..." ( Annali di pelegrinaggio di Guglielmo Meister ).Si fa strada l'ansia per l'attesa di una grande e traumatica trasformazione dell'esistenza, per la possibilità di una schiavitù che già si avvicina senza rumore, a passi impercettibili, e che potrebbe decretare la fine dell'occidente , avventuratosi sulle strade proibite dello snaturamento tecnologico. Spunta il tema del tramonto dell'occidente che avrà una grande fortuna nella cultura del novecento e che trovò il punto di elaborazione più sistematica nei seguaci dell'utopia negativa e - da Spengler in poi - nei profeti della decadenza della civiltà provocata dal dilagare delle macchine e dall'instaurarsi di un mondo senz'anima, dove i valori spirituali avevano finito per soccombere di fronte ai valori strumentali.6. Scienza e Tecnologia Ogni tentativo di dare risposta a inquietudini così radicali deve prendere le mosse da un'operazione, come dire, di topografia culturale. Deve cioè tentare di collocare la Tecnica sulla mappa della cultura contemporanea, cominciando dall'analisi dei complessi rapporti che la legano alla Scienza.Può essere interessante sapere cosa ne pensava il primo professore di discipline tecnologiche in una Università. Si chiamava George Wilson, Regius Professor of Technology , chiamato all'Università di Edinburgo nel 18553[6] 5 . Per Wilson " la Tecnologia implica la Scienza, o la Dottrina, o la Filosofia, o la Teoria delle Arti. Il suo oggetto non è l'Arte in sé, cioè la pratica dell'Arte, ma i principi che guidano o che sottostanno all'Arte ". Sono trasparenti i debiti verso le aperture e il clima culturale dell'Illuminismo. Per circa un secolo quella nozione ( la Tecnologia implica la Scienza ) disegnerà un rapporto di derivazione e di dipendenza. L'imperante clima positivistico favorirà la continuazione della tutela e non stimolerà la presa d'atto che qualche cosa di nuovo stava accadendo nella connessione Scienza-Tecnica.L'originalità di questa evoluzione è inclusa e meglio rappresentata nel termine della tradizione italiana e cioè Ingegneria . L'Ingegneria è concetto superiore a quello di Tecnologia: l'Ingegneria nasce quando sulla Tecnologia si innesta la nozione di Progetto, quando cioè la conoscenza tecnologica (ma non soltanto tecnologica, anche economica, dell'organizzazione del lavoro, ecc.) viene orientata al raggiungimento di un obiettivo socialmente o economicamente rilevante (per esempio, la realizzazione di una macchina). Ancora vent'anni fa in un libro famoso ("L'invenzione, lo sviluppo e il benessere") William Nordhause poteva stabilire che "agli scopi dell'analisi economica è importante distinguere tra due tipi di conoscenza: generale e tecnica". La versione aggressiva di una tale distinzione è registrata nella nostra cultura da voci come quella di G. Preti4[7] 6 secondo il quale la Scienza è visione e costruzione del mondo, mentre l'essere fonte di molte e importantissime applicazioni tecniche "non autorizza a ridurne il significato a quello banausico della tecnica" (dove il lessico tradisce l'antica avversione greca per le applicazioni).Oggi quel rapporto si è profondamente modificato. Daniel Bell afferma che "l'utilità di quella distinzione sta diventando sempre minore o addirittura fuorviante per la comprensione del modo in cui l'innovazione procede". Lo scambio tra Scienza e Tecnica si sviluppa secondo flussi bidirezionali che investono anche i versanti più astratti della Scienza. La logica, per esempio, viene sottoposta attualmente ad una sorta di evoluzione forzata dall'interazione con le discipline informatiche, come le tecniche di Intelligenza Artificiale, le quali esigono strumenti logici che non si limitino a risolvere i problemi soltanto in linea di principio e soprattutto che tengano conto del fatto che dedurre ha un costo. Il dato più originale è costituito dall'emergere nel campo delle Ingegnerie di corpi disciplinari animati da spinte generative tutte interne ed ordinati in sistemi di rappresentazione formale di assoluta novità. Il linguaggio comune registra il senso della comparsa sulla scena di una conoscenza di qualità nuova, non riducibile allo schema della derivazione dalla Scienza e nemmeno all'equivoca nozione di scienza applicata : si pensi infatti alla fortuna del termine Ingegneria e alla sua applicazione per estensione analogica nei campi più disparati della conoscenza (ingegneria della società, dell'economia, della politica, ecc).E le inquietudini? E l'angoscia per la marea tecnologica montante? Si noti intanto che la qualità di questi sentimenti è diversa dallo sgomento suscitato dalle ipotesi catastrofiche provocate da un uso degenerato della scienza, come per esempio la catastrofe nucleare. Il fatto è che la Tecnica erige le sue costruzioni nello spazio vuoto del futuro dell'uomo, sul filo della traccia di un progetto che stabilisce un obiettivo predeterminato. Dunque, l'unica dimensione che per essa sia dotata di senso è quella del futuro. Essa non può contare, come la Scienza, sopra la certezza di un dato naturale che è celato e che si tratta di portare alla luce. Il suo campo d'azione non è quello della realtà, ma quello della possibilità. Le macchine non esistono in natura e la loro costruzione in tanto ha senso in quanto modifica le prospettive di esistenza dell'uomo.È da questa contiguità tra macchine e futuro dell'uomo che scaturisce l'inquietudine: che è il sintomo della percezione, magari incosciente, che una nuova macchina è un frammento del mio futuro, è in qualche modo misterioso un'anticipazione del mio futuro, è il segno visibile della necessità di riprendere la fatica della riprogettazione continua della mia collocazione nel mondo. 7. Tecnica e StoriaC'è un modo sottile di ostacolare l'integrazione della T. nella cultura contemporanea e consiste nell'identificarla tout court con essa. Ciò accade quando si tende a caricare sulla scienza e sulla tecnica tutte le responsabilità sul futuro del mondo e quando si provvede ad isolarle dalla cultura contemporanea, proiettandole in uno spazio privo di collegamenti con lo sviluppo del pensiero giuridico-politico, filosofico o sociologico. Secondo alcuni autori5[8]7 di area laica questo sarebbe il prodotto del fallimento di tutte le sanguigne ideologie che hanno scosso dalle fondamenta la storia del nostro secolo. Un fallimento che segna anche il tramonto dell'idea della rivoluzione attraverso la politica e che spianerebbe così la strada della rivoluzione attraverso la tecnica. Come non avvertire in questa approssimativa automaticità la sensazione di un'abdicazione morale? Come se già non sapessimo che su questo terreno la tecnica non ha soluzioni proprie da proporre e che supporre addirittura che essa possa fissare i termini generali di un progetto è un'ipotesi altrettanto illogica quanto la pretesa del re Nabuccodonosor, narrata nel libro di Daniele, il quale impose ai suoi maghi di svelare il significato di un sogno che lo aveva turbato ma che non ricordava.È singolare che per vie diverse arrivino a conclusioni analoghe anche autorevoli pensatori di aree culturali lontane. In un libro recente e per certi versi bellissimo Sergio Quinzio6[9] 8 osserva che l'eclisse dei diversi monoteismi e la resa delle diverse religioni della ragione lasciano sul campo una sola istanza universalistica, che è quella della tecnica. ["In essa - egli scrive - mi sembra che si ritrovino l'esclusivismo monoteistico, che per sua natura tende a imporsi ovunque come orizzonte assoluto di verità e salvezza, e la ragione, sia quella positivamente costruttiva, fiduciosa nel progresso, sia quella negativa e critica che dello sviluppo della tecnica costituisce l'altro inseparabile volto".] Nella scia degli antichi Padri e della concezione della storia come piano provvidenziale, Quinzio suggerisce che il senso della successione degli eventi storici e della vicenda umana si svelerà soltanto nell'apocalissi dell'ultimo giorno. Prima dell' eschaton è dato soltanto di sapere che, ancorché nascosto, un senso del tempo esiste. Ma se fosse vero che l'Uomo avesse abdicato e che al suo posto avesse collocato un altro soggetto, la tecnica?Non sfugga la radicalità di questa posizione. Se si concorda che la tecnica procede secondo modalità afinalistiche , non avendo essa fini generali da raggiungere ma soltanto risultati da conseguire come premessa di altri risultati, allora il suo è un tempo astorico . Averla investita della funzione di soggetto unico dell'evoluzione storica equivarrebbe, dunque, ad avere cancellato ogni possibilità di riconoscere un senso alla vicenda storica. Insomma, colleghi tecnologi, che state lavorando a questa "deformazione caricaturale dell'originaria istanza biblica di salvezza", le vostre ardue discipline, come la microelettronica o la scienza dei calcolatori, sono in realtà attività di copertura dietro alle quali preparate, forse inconsapevolmente, il trionfo dell'Anticristo.8. L'etica delle macchine Credo che al tremendismo di queste catastrofi metastoriche possano opporsi soltanto i quieti argomenti dell'ingenuità.A cominciare da quelli puramente difensivi, per i quali la pura e semplice esistenza di una macchina non ha alcuna conseguenza morale. Soltanto l'uso e, consentitemi di dire, la spirituale presa di possesso da parte dell'uomo determina un'azione positiva o negativa. È l'uomo che determina natura e significato delle macchine. Da lui, e solo da lui, dipende stabilire il grado di dipendenza e di sottomissione. Ancora una volta, è sempre questione di ricchezza spirituale e di coscienza. I teologi medievali affermavano che la collocazione dell'uomo nell'ordine della creazione dipende solo da lui.Ma questa, dicevo, è la parte difensiva dell'arringa. Le macchine aprono una finestra su dimensioni ed universi possibili i quali, proprio in quanto possibili, stabiliscono un impegno per esplorazioni che diventano inevitabili. La tecnica è una delle grandi possibilità di sviluppo dell'uomo e delle sue facoltà creative.È opzione autentica, che implica cioè una scelta esistenziale, e in quanto tale ci espone necessariamente al rischio e ci vincola all'impegno intellettuale e alla vigilanza morale. L'uomo ha bisogno della macchina, ma si potrebbe dire che ancora più urgente è il bisogno che la macchina ha di lui, come dominus che le impartisce gli ordini e ne regola le condizioni di esistenza. Al centro c'è ancora lui, non l'ipostasi deformante di una tecnica assimilata a forza cieca e vitale che procede a tentoni in un buio senza Dio e senza ragione.Avverto il rischio che queste affermazioni possano essere interpretate come la riproposizione del tema delle neutralità della scienza e della tecnologia che tenne la scena del dibattito negli anni `70 e che non fu più fecondo di risultati delle dispute medievali sul numero di angeli che potevano essere ospitati sulla punta di uno spillo. Non è così, giacché non di neutralità si tratta ma di intrinseca ambiguità. A differenza delle tecnologie che furono alla base della prima e della seconda rivoluzione industriale, le nuove tecnologie - penso in particolare alle tecnologie dell'informazione - non sono animate da alcun determinismo implicito o da alcuna interna matrice teleologica. L'estrema adattabilità a tutte le situazioni sociali le carica di una profonda ambivalenza: esse potranno dischiudere le condizioni per assetti autenticamente nuovi ma anche consolidare brutalmente gli squilibri esistenti. Poiché non sarà possibile invocare alcuna secreta facultas , gli effetti delle applicazioni delle nuove tecnologie rifletteranno da vicino soltanto le nostre categorie culturali e i nostri orientamenti sociali.9. L'ottimismo della tecnica C'è una colpa che viene ascritta alla Tecnica ed è quella di essere ottimista. Legittimamente qualcuno ha anche ironizzato: Giancarlo Rota, professore al MIT, osservava che "mentre i fisici discutono prevalentemente le scoperte di oggi, i cultori dell'Intelligenza Artificiale parlano quasi esclusivamente di quelle di domani".Ma a parte gli entusiami incontrollati, come potrebbe essere altrimenti? Non si può assumere il futuro come campo d'azione se non si è convinti che esso possa essere migliore. L'ottimismo, come disposizione naturale alle concezioni evolutive della storia, è dunque una condizione immanente all'operare tecnologico. Ci fu un momento felice della storia in cui tale disposizione si manifestò come fede in un processo di avanzamento continuo, immaginato da Turgot come successione unilineare di eventi nella quale ciascuno realizza necessariamente un incremento di valore rispetto ai precedenti. E ci fu un'epoca in cui il mito del progresso sostenuto dall'avanzamento del sapere riscaldò il cuore di intere generazioni di uomini.Oggi noi sappiamo che l'avanzamento segue percorsi accidentati e che, secondo le parole di Montale, "la storia non procede né recede /cambia di binario /e la direzione non è sull'orario". In futuro non ci saranno più esiti scontati o facilmente prevedibili, poiché lo sviluppo tecnologico dischiuso trent'anni fa dall'elettronica non mostra di essere vincolato da alcun interiore principio di tipo deterministico. L'ottimismo riguarda dunque l'ampliamento dell'arco delle opzioni consentito dallo sviluppo, non l'approdo delle medesime che con evidenza assoluta sarà il prodotto esclusivo delle nostre categorie culturali.Vorrei terminare chiarendo questo punto. Le nuove tecnologie ci mettono a disposizione un immenso arsenale di strumenti educativi potentissimi, capaci di contrastare efficacemente le differenze sociali e le divaricazioni sui luoghi di lavoro. Con ammirazione e invidia abbiamo letto qualche giorno fa del programma presentato nel Regno Unito dal partito laburista che punta ad una radicale riforma della scuola attraverso un'applicazione di tecnologie dell'informazione mai sperimentata in passato, o altrove, per estensione e dimensioni dell'investimento.Ma accanto a questa un'altra ipotesi è stata avanzata ed è quella della società a due velocità, dello sviluppo consolidato attorno ad una prospettiva tecnocratica di stampo sansimonista: in una fascia superiore l'aristocrazia dei nuovi tecnici, dei più abili a volgere a proprio vantaggio una strumentazione dalle potenzialità immense; e una fascia inferiore per i meno intelligenti in senso tecnologico, eterodiretti da modelli culturali onnipotenti, certo socialmente garantiti e tuttavia oggetto di una brutale deprivazione culturale? Ricordate la società da incubo preconizzata da Marcuse nella quale il segno del progresso si manifestava come "una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà"[10] 9 7? Chiediamoci se questa società senza giustizia e, diciamo pure, senza carità è un'ipotesi accademica Ebbene, io credo che si debba onestamente ammettere che questo scenario non possa essere escluso dal novero di quelli possibili.10. Conclusioni Sempre più in futuro la nuova dimensione tecnologica dell'esistenza ci porrà di fronte a scelte che, come in questo caso, chiamano in causa soltanto i nostri modelli culturali e politici.All'estremismo delle visioni tragiche e allucinate opporremo la fiducia che l'uomo abbia i mezzi per esorcizzarle e ripeteremo con Karl Popper che "l'uomo può conoscere e dunque può essere liberato". È un atto di fiducia che postula un impegno, poiché quello che è nel fuoco dell'attenzione è un uomo carico di problemi. A cominciare da quello, perenne, di decidere che cosa fare di questo mondo e di come operare affinché, nelle nuove condizioni storiche determinate dall'imponente sviluppo tecnologico, non vengano relegate in secondo piano le questioni fondamentali dell'essere, del vero, del bene e del bello. E di come operare affinché, come è stato detto, la nuova società sappia riconoscere nel frastuono delle trasformazioni "il lamento dei feriti". In sostanza, le nuove condizioni ci obbligano a reinventare l'umanesimo e ad aggiornare quelle eterne questioni all'interno della nuova prospettiva dello sviluppo tecnologico. La cultura contemporanea tende ad esaurire i suoi rapporti con la Tecnica in una concezione di tipo strumentale e sembra poco incline a coglierne la natura di nuova dimensione dell'esistenza. Quella che abbiamo chiamato l'integrazione culturale della Tecnica è un appuntamento urgente: non foss'altro per esorcizzare il rischio di un atto di superbia, e cioè che la consapevolezza di contribuire così sostanzialmente alla formazione della cultura contemporanea possa trasformarsi nell'identificazione con la cultura stessa.A questo punto - e in questo luogo e di fronte al Ministro Salvini - è difficile vincere la tentazione di evocare il tema che tutti abbiamo percepito in filigrana in tutte le questioni sollevate: voglio dire, il compito delle istituzioni educative e, in primo luogo, delle Università. È su questo terreno che verrà giuocata la partita decisiva, come sempre per altro negli ultimi due secoli. Hilary Putnam8[11] 10 ha detto, qui a Bologna, che non solo i più importanti campi del sapere ma anche le grandi ideologie si sono formati nelle università. Occorrerebbe ricordarci di quella orgogliosa affermazione degli inglesi, secondo la quale Napoleone non era stato battuto nel fango di Waterloo ma sui campi erbosi di Eaton. Grazie per l'ascolto paziente. |