Fabriano Fabbri
Bontempelli e Malaparte: due vie genetiche per il '900

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Sommario
I.   Il momento culturale
II.  Realtà virtuale (realismo magico)
III. Un villaggio globale


§ II. Realtà virtuale (realismo magico)

I. Il momento culturale

A prima vista, assegnare a Bontempelli e a Malaparte un valore quasi categoriale per il nostro secolo potrebbe sembrare un'operazione azzardata, forse anche presuntuosa, o almeno troppo, come dire?, salomonica. In realtà non dimentichiamo che abbiamo la rara opportunità di trovarci di fronte a due scrittori globali, contraddistinti da uno specchio di interessi esteso ad ogni campo della cultura e del costume, ragion per cui, tra le loro opere e i loro interventi giornalistici, nulla è da scartare a priori: ogni frammento che i due ci hanno lasciato vale a risalire al nocciolo dello loro rispettive poetiche, che sono in qualche misura sempre poetiche collettive. Chi intende cogliere i tratti fondamentali del loro sistema operativo deve muoversi più o meno come una squadra scientifica sul luogo di un delitto, raccogliendo le tracce più impercettibili del presunto assassino, per risalire, infine, al DNA, alla prova schiacciante della sua presenza, del suo passaggio inconfutabile. In parole povere, allora, come possiamo inchiodare Bontempelli e Malaparte al nostro tempo? Come dimostrare che sono «colpevoli» di essere tuttora saldamente in mezzo a noi, che insomma hanno ancora il classico «qualcosa da dire»?
Prima di tutto, vale la pena di notare una prima ragione di ordine esteriore, una semplice coincidenza, certo, ma comunque significativa: da una parte, pro Bontempelli, questa sezione dedicata allo scrittore comasco da «Bollettino '900» sottolinea un desiderio di rilancio più che giustificato, a cui va ad aggiungersi la ristampa de La vita intensa e La vita operosa nella collana Oscar Mondadori, in volume unico a cura di Maria Mascia Galateria. Pro Malaparte, invece: in occasione del centenario dalla nascita, il comune di Prato ha promosso un'intensa mole di manifestazioni, tra cui un convegno con numerosi interventi (tra gli altri Renato Barilli, Giordano Bruno Guerri, Paolo Valesio, Giorgio Bàrberi Squarotti, Sandro Veronesi, Luigi Baldacci, Marco Vallora), e una mostra su Malaparte fotografo a cura di Renato Barilli e dello scrivente, che giunta in Italia dopo esser passata da Londra, Parigi ed Helsinki. Ancora sullo scrittore pratese, l'uscita di Il Malaparte illustrato (Mondadori, di Giordano Bruno Guerri, il suo biografo ufficiale) ha confermato al meglio le quotazioni in salita, in un quadro di rilettura veramente a vasto raggio, che conferma l'opportunità di affrontare questo intellettuale sotto i molteplici aspetti che ne hanno fatto un personaggio internazionale - a cominciare dal look sofisticato, dalla cura maniacale dell'immagine, dall'abile dosaggio con cui Malaparte, in estremo anticipo sugli anni nostri, seppe amministrare la sua figura in anni che erano ancora ben lontani dalla diffusione mass-mediale dei rotocalchi patinati, dei talk show, dei servizi televisivi.
Tuttavia, al di là di queste circostanze, peraltro largamente encomiabili, il binomio Bontempelli-Malaparte mantiene un valore rappresentativo di due tendenze del nostro secolo, nel senso che entrambi possono essere visti come latori di percorsi che appartengono a un momento culturale nel suo complesso piuttosto che alle loro singole concezioni poetiche: e va subito precisato che si tratta di due vie diametralmente opposte, con scarse possibilità di interferenza reciproca, portate anzi a contendersi uno spazio di manovra, a manifestarsi appieno a fasi alterne. Per restare alla metafora del DNA richiamata sopra, avviene come se uno dei geni di due caratteri ben definiti, inscritti nel medesimo bagaglio ereditario, condannasse l'altro a una latenza momentanea, secondo quel fenomeno che in biologia si definisce dominanza o recessività, e che per l'appunto si verifica con ritmo avvicendato. Quale, allora, il gene Bontempelli, e quale il gene Malaparte? La scaletta cronologica ci impone di partire senza ombra di indugio dal più anziano dei due, Massimo Bontempelli, che nasce nel 1879, giusto una generazione prima dell'altro. Questo ci spinge subito a mantenere tra i due le dovute distanze di sicurezza; del resto sarebbe un grosso errore disporli sullo stesso piano, visto che a separarli ci pensa un intero giro mentale di esperienze, di sollecitazioni assai diverse che non a caso porteranno, nel più giovane Malaparte, a un decorso di rivolta, di opposizione totale verso quel padre scomodo.

 

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II. Realtà virtuale (realismo magico)

Per tornare a Bontempelli, non si comprende la mirabile rivoluzione dell'avventura novecentista se non si hanno presenti le intuizioni (il DNA) de Il neosofista e altri scritti, concepito nei primissimi anni Venti, dove compaiono i riferimenti più espliciti ai due principi della «ironia» e del «mistero», sinergicamente alleati nel togliere spessore alla realtà, nel privarla di tutte le sue caratteristiche tangibili, ontologiche, nel crearne un clone alleggerito, spolpato dalle sue accidentalità materiali e naturali. Anzi, proprio la «pesantezza» della natura e della materia rappresenta il pericolo numero uno da cui tenersi alla larga, dal momento che il neonato «realismo magico», per dare i suoi risultati migliori, deve poter fare affidamento su elementi eterei, impalpabili, del tutto omologhi e presaghi del software della nostra era elettronica: Bontempelli aveva ben compreso che le sorti del mondo contemporaneo si sarebbero rette su dinamiche di «leggerezza» - e qui il riferimento d'obbligo va naturalmente a un nipote del comasco, Italo Calvino - con le connesse caratteristiche di «brevità», di «rapidità» che non possono venir meno in un qualsivoglia prodotto della vita moderna, anche se il canale privilegiato per il miglior amalgama di tutti questi ingredienti Bontempelli lo indica senza mezzi termini nel mondo dell'entertainment, ossia, come precisa lo scrittore, nella neonata «industria dello spettacolo»,1 del divertimento di massa, della Pop-culture che prende atto della fondamentale importanza dello stereotipo fabbricato in serie. In effetti, il divertimento aperto ed esteso a tutti era destinato a diventare una realtà concreta, una «realtà magica», certamente, e bisogna riconoscere a Bontempelli che la sua pop art ante litteram aveva colto nel segno i mutamenti di una società che mezzo secolo dopo si sarebbe convertita in postindustriale, con relativa possibilità di concedersi ampi momenti di svago e di distensione, da vivere, se possibile, in uno stato di candore, di ricettività vergine, infantile. Non erano forse parole di elogio quelle che Bontempelli pronunciava sulle partite di calcio? O sul romanzo d'appendice e il romanzo giallo, vere e proprie prefigurazioni degli attuali telefilm? O sul jazz e le discoteche? O ancora, sull'enorme potenziale del cinema e dei cartoni animati? Paradossalmente, il rapporto tra questi ultimi ritrovati del mondo mass-mediologico risulta perfino impari se confrontato con la tradizione letteraria e teatrale, e il motivo sta proprio in una loro inerzia rispetto a queste temibilissime concorrenti; la scrittura ideale da praticare, allora, dovrà ispirarsi piuttosto all'incisività dei cartelloni pubblicitari, che infatti rappresentano uno dei massimi traguardi della «Terza Epoca» - e allora si assorba pure dalle affiche «Il massimo della espressione, il minimo di gesto»,2 quasi che Bontempelli si ispirasse direttamente agli odierni copy-writer, gli inventori di slogan e refrain pubblicitari che hanno il grande merito di affascinare e divertire una vasta fetta di fruitori. Ma più ancora, ci teniamo a ripeterlo, sono gli inviti all'immaterialità, ovvero «all'aereo, alla ricchezza fatta di mobilità perpetua»3 che hanno fatto di Bontempelli uno straordinario precursore dei modi di rappresentazione dell'era mass-mediologica, ed egli stesso se ne rese conto quando, nello «specchio allocatoptrotico» de La vita operosa, vero e proprio sintonizzatore di immagini diafane, eteree, preconizzò nientemeno che l'avvento della televisione.4
Naturalmente, accanto alla profusione di espressioni tese a valorizzare la logica dell'incorporeo che compaiono a non finire tra i suoi interventi di poetica, Bontempelli ha confezionato una splendida serie di prodotti nei quali i nuovi principi di diafanità, leggerezza, immediatezza, smaterializzazione ecc. trovano piena conferma; in questa direzione, i racconti di Donna dei miei sogni e altre storie simili e Donna nel sole e altri idilli costituiscono dei veri capolavori, densi di quel mythos quotidiano per il quale Bontempelli si era tanto prodigato, nel rispetto ferreo delle indicazioni diffuse dalle pagine di «900» e dell'ironia, «cura purificatrice»5 volta a decontaminare il laboratorio di scrittura da eventuali intrusioni di elementi psicologici e organici, provenienti da una istintualità corporale. Quella divulgata da Bontempelli è, al contrario, un'energia pulita, ecologica, da «bit generation», in cui l'inderogabile imperativo di essere igienizzati e disinfettati contro lo sporco degli umori vitali, proprio nel senso fisico della parola - si ricorderanno le parole di condanna per Céline - dà luogo a scenari sterilizzati e traslucidi, ad ambientazioni hi-fi ad altissima fedeltà,6 e tutto ciò in perfetta sintonia con le opere (paesaggi, personaggi, nature morte) altrettanto iperrealistiche dei pittori del «Novecento» milanese e del nucleo romano (Donghi, Socrate ecc.). Ora, non si può evitare di chiamare in causa l'universo kitsch dei parchi di divertimento, prime fra tutti le varie Disneyland che esibiscono frotte di manichini in fibra sintetica, gli stessi numerosissimi umanoidi del repertorio bontempelliano (Eva, Bululù, i vari bambolotti di gomma dei racconti), che peraltro si aggirano in una scenografia da luna park, da teatrino dell'artificio. E di nuovo, sempre ragionando su questa scia, come non pensare all'igiene immacolato, al netto anti-naturalismo della computer graphic, all'alta definizione che caratterizza CD-Rom, realtà virtuale («realismo magico»…), videogame, Internet e via dicendo, che non a caso sono l'ultima propaggine della società dello svago e del relax, e anche del consumo, così abbondantemente sostenuta da Bontempelli? E che dire delle microstorie, del mythos quotidiano continuamente rinnovato dai video-clip musicali, magari inframmezzati dalle splendide sigle di una MTV? Veramente, non si esagera affatto a leggere la narrativa bontempelliana, da cui un abile regista potrebbe attingere a piene mani, in una prospettiva di attualità che colloca l'autore comasco in una posizione, più che meritata, di anticipatore dell'effettismo kitsch, della cultura Pop. Di fatto è questo il miglior gene Bontempelli, dominante per tutti gli anni Venti, ma ancora in grado di trovare una sua manifestazione odierna, benché nei panni più consoni di una spettacolarità che ha mosso passi da gigante sulla via degli special effects additati dallo scrittore: il gene Bontempelli, come nelle migliori intenzioni del suo portatore, si aggiorna e si adatta sull'oggi, muta nei generi della contemporaneità in senso stretto, ossia nel realismo magico degli spot televisivi, dei videogame, dei video-clip (ma dei video-clip puliti, attenzione: esiste anche qui un filone organicista).

 

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III. Un villaggio globale

Abbiamo già avuto modo di notare che Curzio Malaparte, con la sua data di nascita posta nel 1898, si trova a un giro di generazione da Bontempelli. La differenza non vale solo a distinguere i due sullo snodo fin troppo agitato di Stracittà e di Strapaese - quantomeno, ne uscirebbe una distinzione molto superficiale, dato che il presunto strapaesismo di Malaparte si riduce a ben poca cosa rispetto all'abbraccio internazionale della sua produzione; e d'altronde, come trascurare i bellissimi articoli che Malaparte, in qualità di inviato speciale del «Corriere della Sera», ci ha mandato da ogni parte del mondo? Altro che chiusura regionale «alla Maccari», per intenderci: quello del «Camaleonte» è sì un villaggio, ma un «villaggio globale» che permette al pratese di misurarsi con i tratti più autentici della sua poetica. E, per riprendere il paragone con Bontempelli, inutile dire che si tratta di una poetica radicalmente opposta, totalmente immersa nella materia più tangibile e viscerale, di più, nella materia in decomposizione, vero e proprio ritornello malapartiano, in cui un tripudio di tessuti biologici in perenne brulichio offre brani di vita allo stadio informe, magmatico. Pertanto, se nel caso di Bontempelli i pittori omologhi sono i coetanei di «Novecento» e affini, abilissimi nel cimentarsi in un campionario di forme chiuse e iperdefinite, per Malaparte saranno al contrario i neoespressionisti del calibro di un Mafai, Scipione, Lilloni e Del Bon, che negli anni Trenta si rivoltano contro il clima di sospensione museale e stereotipata del decennio precedente, per tuffarsi in una pittura riscaldata, aperta, fatta di tinte forti, quasi marcescenti, destinata ad un ruolo di dominanza fino alla nascita ufficiale della pop art (la ricomparsa del gene Bontempelli).
Espressionisti allo stesso modo, in effetti, sono i racconti malapartiani di Fughe in prigione (1936), Sangue (1937) e Donna come me (1940), intrisi di tutti quegli umori organici, di tutto quel sangue che tra le pagine di Bontempelli non compaiono neppure in minima misura, e d'altra parte non potrebbe essere diversamente, visto che una cultura del software, dell'immateriale e della leggerezza da un lato, e invece una cultura del biologico, del vitalismo materico dall'altro, si polarizzano a due estremi opposti e inconciliabili. Su questa via espressionista Malaparte si è pronunciato con coerenza straordinaria fin dal giovanile Viva Caporetto!, con una progressione continua che passa anche attraverso le suggestive immagini evocate negli articoli giornalistici, e arriva, in massimo grado, alle ultime opere. Si prenda, ad esempio, la descrizione di un cielo africano come questa: «In quest'aereo scenario domina il rosso e il bianco, e l'orizzonte è come un muro di carne. Il gioco lontanantesi delle prospettive sembra l'interno delle viscere di un animale squartato, appeso in una macelleria. Dove il bianco del sego, l'azzurro dei tendini e dei muscoli, il roseo della carne fan come un paesaggio delicato e astratto».7 Si tratta di un vero e proprio mondo «interiora», implicato in un esistenzialismo che non si pronuncia sulla colluttazione dell'Io con il mondo, con la materia «là fuori», ma patisce direttamente su tutto il corpo le colate di elementi che ormai non possiedono più forma. Qui, insomma, sparisce quella figurazione che Malaparte si era già premurato di martoriare e lacerare nelle opere precedenti, e si perviene a paesaggi astratti sul genere di quelli usciti dalle mani di un Pollock, di un Wols ecc., atti a simulare i flussi materici di una natura naturans in perpetuo subbuglio, che poi rappresenta a sua volta il mondo dell'Es freudiano, del principio di piacere. Davvero il DNA Malaparte possiede un codice inconfondibile, sia esso reperito in un brano giornalistico, sia esso ricavato dai capolavori della maturità, Kaputt e La pelle (senza dimenticare Mamma marcia, che dal titolo lascia intendere chiaramente l'affondo malapartiano per il marcescente), dove il dialogo a distanza con l'«Informale» pittorico trova una corrispondenza quasi biunivoca con un perfetto coetaneo di Malaparte, Jean Fautrier (nato come lui nel 1898): si pensi alla scena del delirio finale in cui il protagonista è circondato da una schiera di feti mostruosi, organismi brulicanti, giunti all'ultimo stadio di regressione inesorabile della figura umana, oramai ridotta a cellula.

Detto questo, quali le possibilità di leggere, oggi, un Malaparte ancora legato a una cultura del nostro tempo? Dal punto di vista letterario, il filone del basso corporale, della full immersion negli umori vitali, mantiene tuttora posizioni ben salde; anche il fenomeno del cosiddetto pulp, ad esempio, mantiene un filo di continuità con l'esistenzialismo materico-tellurico di Malaparte, certo nei toni decisamente più alleggeriti di un appiattimento a fumetto che si compiace di uno splatter estremo, estremamente giocoso, e per nulla esistenziale. Da un punto di vista più generale, invece, la materia informe, magari connessa alle cancrene, alle metastasi, alle putrefazioni che veramente non si contano nell'universo malapartiano, trova larga diffusione perfino nella mass-mediologia di certi fenomeni musicali d'impatto: si pensi alle canzoni viscerali e ai video dei Nirvana, segno che Malaparte è stato pienamente metabolizzato dalla cultura contemporanea, certo non in via diretta, ma proprio sotto forma di gene, di codice ereditario.

 

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Bollettino '900 - Electronic Newsletter of '900 Italian Literature - © 2001

Giugno 2001, n. 1