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Febbraio 2004: domenica 15 alle ore 17  - lunedì 16 e martedì 17 alle ore 21
al Teatro San Salvatore, via Volto Santo 1, Bologna

Laura Falqui
è

Armelle

Immagine 1

dalle confessioni estatiche di Anna Katharina Emmerich, Jeanne-Marie Bouvier De La Motte-Guyon e Armelle Nicolas raccolte da Martin Buber
Prima rappresentazione: 18-23 marzo 2003

Musiche di Gavin Briars (Sub rosa), Giya Kancheli (Einmal), James MacMillan (Lumen Christi)

Prima stazione: l'Angelo (da Anna Katharina Emmerich)
Seconda stazione: la Preghiera (da Jeanne-Marie Bouvier De La Motte-Guyon)
Terza stazione: Armelle Nicolas

interpretazione e messa in scena: Laura Falqui
collaborazione artistica: Raffaele Dilani
luci: Vittorio Perelli
montaggio video: Carlo Ansaloni
allestimento video: Umberto Saraceni
foto di scena: Guido Piacentini, Rocco Casaluci  e Marcella De Gregorio
composizione della natura morta: Adele Gentile Forni
abito di scena: Isa Bizzarri

Armelle Nicolas narra di una sorprendente esperienza contemplativa ed estatica che trapela dal muoversi meditativo e sommesso tra le cose d'ogni giorno. La sua solitudine è attraversata da eventi impalpabili: il miracolo della Luce è quello di una candela accesa o dell'acqua colpita dal sole; gli oggetti divengono icone sacre. Laura Falqui, dopo anni di scrittura drammaturgica e di lavoro registico con giovanissimi interpreti, torna alla pratica d'attrice sviluppando un monologo in cui rimedita e trasforma la sua complessa esperienza di artista che sta fra teatro, letteratura e arti visive.

Informazioni e prenotazioni: tel. 051. 344080

Programma di sala

Immagine 2Armelle si sviluppa con semplicità di mezzi espressivi e scenici nell'eco di memorie pittoriche. Ciò che si vuole presentare è il convivere straordinario della beatitudine divina dentro un tessuto di gesti e oggetti quotidiani. La voce di Armelle Nicolas, donna di umilissime origini e forse malata, è quella "di un essere umano che parla della propria anima e del proprio indicibile segreto", come dice Martin Buber, nella sensazione di una libertà interiore assoluta. Una sensazione che trasfigura la vita quotidiana in miracolo; miracolo celato dentro le cose, le azioni e gli eventi più spogli e comuni.

Armelle si sviluppa in tre brevi sezioni che sfumano l'una nell'altra e nelle quali si dà voce anche alle visioni di Katharina Emmerich (L'Angelo) e di Jeanne-Marie Bouvier De La Motte-Guyon (La Preghiera).

Laura Falqui ha fondato e diretto con Raffaele Milani la Compagnia "Teatro da Camera", uno dei gruppi più significativi di teatro sperimentale a Bologna; attivo tra il 1973 e il 1988, con spettacoli e video ospitati in Italia e in numerose città europee. Dopo essersi dedicata per molto tempo alla regia e alla scrittura drammaturgica, oggi riprende il filo mai interrotto con l'immaginazione preraffaellita e simbolista, suo campo prediletto di indagine, ritornando in palcoscenico anche come interprete.

Nell'arco degli anni Laura Falqui ha sviluppato una serie di competenze tra scrittura drammaturgica, critica d'arte, educazione all'immagine, regia cinematografica e teatrale, che le ha permesso di mettere a punto una tecnica agile e complessa di elaborazione creativa. In essa il gusto squisitamente pittorico e l'amore per una gestualità rarefatta le permettono di ricomporre scenari suggestivi con mezzi espressivi e allestimenti di estrema semplicità.

Materiali di lavoro

Immagine 3Liberamente ispirato a Confessioni estatiche di Martin Buber
pensato e realizzato nel teatrino di San Salvatore di Bologna, via Volto Santo 1
Rappresentazione composta da tre parti
La prima parte è dedicata all'Angelo di Anna Katharina Emmerich (azione scenica, voce fuori campo e musica: Gavin Briars, Sub rosa)
La seconda è dedicata alla Preghiera di Jeanne-Marie Bouvier De La Motte-Guyon
(proseguono azione scenica,  monologo e musica: Sub rosa)
La terza è dedicata all'esperienza visionaria di Armelle Nicolas (azione scenica, monologo e musica: Giya Kancheli, Einmal, James MacMillan, Lumen Christi)

Il costume è un abito semplice, di foggia vagamente antica, lungo fino alle caviglie, di tessuto leggero e facile al panneggio, celeste o grigio chiaro

La messa in scena è composta da gesti silenziosi e quotidiani con oggetti della casa, bianchi o trasparenti, semplici, ma forti nella loro presenza iconica, quindi vissuti, un po' vecchi. Un semplice letto senza sponde rivestito di lenzuola bianche, contro il fondale bianco. Un tavolino che prima è accanto alla sedia impagliata e poi è collocato al capo del letto.

All'inizio nel tragitto verso la sala del teatro vi è una voce fuori campo che sussurra parole.

In attesa dell'ingresso degli spettatori Armelle spazza foglie secche con la sua granata sacra dal pavimento della platea. Pause meditative in mezzo all'azione (il riferimento pittorico è Autumn Leaves di Millais).

·        Così c'è lo stare seduta su una sedia impagliata, da contadini, accanto a un tavolino su cui stanno un volumetto, simile a un libro di preghiere, una piccola coppa con piselli da sbucciare con le mani

·        l'azione di spazzare, raccogliendo da terra, tra la polvere, un lume - riferimento visivo: Millais, The Lost Piece of Silver (Dalziel's Bible, monografia Academy Ed.). In realtà Armelle avvicina una candela a terra per vedere meglio e raccoglie alcune pietruzze traslucide

·        riferimenti visivi: Repos di Vilhelm Hammershoi; la Maddalena di Caravaggio; Marie Madeleine, l'abri tranquille di Brigitte Aubignac;

·        l'atto di versare acqua in una coppa luminosa e trasparente, che dovrebbe riflettere le sue onde luminose sulle pareti, prendendo, la figura, luce dalla coppa stessa (da realizzare sul palcoscenico

Stare china in avanti accanto a una luce calda, forse sfogliando vecchi fogli scritti o anche agire con libri vecchi e ingialliti da sistemare in scena ? (non realizzato)

per la luce, le opere con candele di George De La Tour. Interessanti anche le composizioni di nature morte, da realizzare in scena

Altri riferimenti per le movenze sono da trovare in William Blake e Burne-Jones, evitando possibili leziosità, sentimentalismi o accademismi eroici. Piccoli gesti sensibili e attenti, molto semplici. A volte, però,  qualche cedimento è persino opportuno.

Il culmine dell'azione scenica è il monologo di Armelle, offerto direttamente agli spettatori come una confessione. Prima e dopo le azioni sottolineate via via dal silenzio, da piccoli rumori, dalla musica

Armelle, tra follia e illuminazione/estasi

Ci sono una brocca bianca come quella della Lattaia di Vermeer, una ciotola anch'essa bianca, un bicchiere da osteria, stracci grigi, stoffe semplici.

·        Passare uno straccio bianco o grigio sul pavimento, come per lavarlo o asciugarlo

·        Ancora può esserci lo stare riversa su un letto, col volto contro il cuscino - riferimento visivo: Millais, Was it not a Lie per Antonhy Trollope (monografia Academy Ed.)

Forse un lenzuolo da stendere su fili tirati attraverso la scena, così che la figura possa entrare e uscire fra le tele (questo non è stato realizzato).

Proiezione in movimento sulle tele o sul fondale bianco

Lo spettacolo termina con la sovrimpressione di acqua mobile sul dipinto Lux in Tenebris di Evelyn De Morgan. Dal buio, solo acqua, dall'acqua affiora lentissima la figura della Luce. La penso come finale, dopo il monologo. Musica: James MacMillan, Lumen Christi

Percorso della messinscena

Prima di entrare nella sala del teatro gli spettatori attraversano due ambienti in cui la voce fuori campo si sovrappone e s'intreccia con sussurri e declamazioni, in un flusso ininterrotto di frasi mescolate, sovrapposte, troncate e riprese, tratte da una lettera di Antoinette Bourignon (1616-1680) e da A. K. Emmerich. Un velo di cotone leggero separa dall'ingresso nell'azione vera e propria. Accanto alla soglia c'è un angolo con una natura morta di frutta, pane spezzato e candele accese.

Le foglie morte

Armelle spazza il pavimento ingombro di foglie secche di magnolia

1 - L'angelo da Anna Katharina Emmerich (1774-1824)

Voce fuori campo e musica di sottofondo. Azione scenica: la figura femminile si siede dando le spalle al pubblico di fronte ad una tenda bianca illuminata di blu-oro. Compie azioni quotidiane, come sfogliare un libro, sbucciare piselli, guardare scostando i lembi della tenda. Termina con la viva voce del personaggio che poi si alza, sposta gli oggetti e ridiscende la scaletta che dal palco conduce alla platea. Sussurra frasi, come ripetendo tra sé il racconto dell'angelo.

2 - Preghiera di Jeanne-Marie Bouvier De La Motte-Guyon
azione scenica e monologo

Armelle si rannicchia in un angolo accanto a una finestra, poi si alza appoggiandosi all'imposta. Quindi balza a terra e di slancio corre verso la scala. Sale i gradini mormorando le sue visioni, il suo monologare su Dio. Tende il braccio verso il soffitto su cui è affiorata una macchia di luce.

3 - Armelle Nicolas
azione scenica, monologo e musica: Giya Kancheli, Einmal

Armelle scosta la tenda-sipario e si getta sul letto. Si solleva come attirata da una luce proveniente dall'alto. Sfoglia le pagine del suo libro. Si alza. Va a prendere una candela accesa e la posa sul tavolino. Spazza. Si china con la candela verso terra. Raccoglie pietruzze traslucide. Pulisce il pavimento con uno straccio chiaro. Porta una coppa trasparente in proscenio, vi versa dell'acqua da una brocca. Mentre versa, un luce viva si sprigiona dal fondo della coppa. Muove l'acqua con le mani. Inizia a parlare e racconta la sua esperienza di estasi muovendosi sulla scena. Conclude seduta sui gradini. Se ne va mormorando una preghiera.

Dal buio solo acqua, dall'acqua affiora lentissima la figura della Luce: Lux in Tenebris di Evelyn De Morgan. Musica: James MacMillan, Lumen Christi. L'immagine sfuma nel buio. La musica sale. Sipario


La messa in scena della parola mistica
di Paolo Pullega

La messa in scena della parola mistica: è la prima considerazine suggerita dai testi, che effettivamente alimentano un percorso anche concettuale. Via via che lo spettacolo si sviluppa, diventa evidente invece una prevaricazione progressiva sulla parola, tanto che in alcuni momenti scompare quasi completamente dalla percezione dello spettatore. Sale in primo piano il gesto, e più ancora l'azione del corpo. La parola mistica, sempre così piena e intensa, lascia allora il posto alla nudità della gestualità mistica.

Mistica e nudità - La sobrietà del costume non sarebbe così significativa, come risulta subito, se non richiamasse la funzione del corpo e la strategia che lo gestisce. La spoliazione interiore peogressiva che accompagna il percorso ascetico ha un riflesso sulla gestualità: tutti i valori positivi perdono senso, si svuotano nella mancanza di significato del gesto. Ormai privo di senso, abbandonato a se stesso come privo di senno, il corpo non sa più cosa fare.

Mistica e follia - La gestualità diventa allora quella della assenza di significazione, e richiama molto da vicino quella della follia di Glenda Jackson (Carlotta Corday) in Marat-Sade di Peter Brook. Il corpo vaga nello spazio ristretto, sollevato dal movimento delle braccia. Una gestualità greve e terrena (il far largo alle foglie con la più rozza delle scope) si spegne in una gestualità preraffaellita, che affiora a momenti, ad ammorbidire i toni. Si capisce allora che l'abbandono ha preceduto l'azione, non la consegue.

Leggere, mettere ordine nello spazio, è un richiamo interiore che porta al vuoto, oltre il quale esserci o non esserci non è più una distinzione di senso.

Il mondo è, ovvero il mistico
di Barnaba Maj

Armelle di Laura Falqui è uno spettacolo coltissimo, di cui per ogni momento è possibile indicare le fonti letterarie e iconografiche. Sintomo appunto di cultura profonda, esse spaziano da riferimenti di grande momento (per esempio Buber, Vermeer e Caravaggio) a richiami (soprattutto pittorici) assai meno noti e perciò più rari e preziosi. Ma la qualità di un'opera teatrale non dipende solo dalla ricchezza dei suoi riferimenti. È così anche nel cinema. Non è il riferimento all'iconologia cristiana del Mantegna a decidere per esempio della qualità del film russo Il ritorno, recente vincitore a Venezia, o dell'intera filmografia pasoliniana. La distinzione è assai più sottile di quello che si può pensare e riguarda l'essenza stessa dell'immagine. Qui bisogna risalire al significato della parola greca che designa l'immagine: eikón. Il fenomeno è di grande importanza, eppure è solo a partire dal saggio di Benjamin sulla riproducibilità tecnica dell'opera d'arte (1936) che di esso si è avuta (una assai tardiva) consapevolezza: l'icona è l'immagine che ha significato in sé e per sé, prima che come veicolo. Essa è sacra in sé, non solo in quanto rappresenta corpi sacri (Cristo, la Madonna, i Santi e Dio stesso). In ciò sta l'essenza del mistico. Il fatto che percepiamo le immagini sotto la categoria "moderna" dell'arte, non elimina affatto il loro sostrato mistico. La vera perdita consiste anzi proprio nel percepirle solo come arte.

   In questo senso, Armelle è uno spettacolo mistico, non sul mistico. E lo è appunto perché riesce ad essere iconico, cioè a concentrare il significato delle immagini sulle immagini stesse. In ciò ricorda un'espressione tedesca presa da Werner Herzog a titolo di un suo film: Lebenszeichen o segni di vita. Armelle è uno spettacolo di segni di vita. C'è qui un paradosso, probabilmente legato al fatto che ignoriamo l'autentica etimologia di mýstes, mystérion e mystikós. In queste parole è imprescindibile il senso dell'iniziazione ai segreti della religione. La stessa religione cristiana con Matteo o Paolo (Lettera ai Corinzi) parla del "mistero" e insieme della "verità" dell'annuncio evangelico. Ma, su questa base, il mistico ha finito col designare il senso spirituale nascosto. Si pensa così a chi sente misticamente come a colui che vede o sente ciò che gli altri non vedono e non sentono, qualcosa appunto di segreto o nascosto. Ma se si riflette sul significato sacro dell'eikón, si capisce che paradossalmente il mistico è esattamente il contrario: è la rivelazione del sacro in ciò che è, nell'essere del mondo e nel nostro essere nel mondo che è. Tutti i riferimenti teologici, letterari e pittorici dello spettacolo di Laura Falqui, quindi, sono rilevanti non già come citazioni, bensì come mezzi per risalire all'essenza del mistico. La sensazione che esso suscita è quella che spiega l'incanto provato da Proust di fronte a Vermeer: l'incanto di fronte alla lattaia che è lattaia, al latte che è latte, alla casa che è casa, al porto che è porto. Armelle è il mondo che è nei gesti e nella voce che si aprono al mondo. Il mondo è: il mistico.   

Saverio Marchignoli

Lo sguardo gettato nel vuoto oltre gli spettatori, i piccoli gesti delicati
ma meccanici, le lunghe pause nel discorso fatto di mormorii e
illuminazioni improvvise: chi è Armelle?, vorremmo sapere. Ma non appena
sorge in noi la domanda, cominciamo a dubitare che ottenere risposta sia
davvero necessario e capiamo che, anzi, faremmo bene a desistere. Armelle
infatti sfugge all'identità, vive per eludere ogni identificazione. Guarda
oltre perché incarna la distanza, e quando si ripiega su se stessa vede
anzitutto ciò che la separa dalla sua quotidianità. Armelle è una mistica?
Certamente sì. Ma è sopratutto un'anima e un corpo in continua oscillazione
sulla linea di confine che separa (o connette?) esperienza mistica e
follia. Con "Armelle" Laura Falqui mette in scena questa linea di confine:
essere costantemente oltre se stessi, essere abitati dall'alterità,
significa anche essere alienati. E tuttavia si tratta di un'alienazione
accettata, accolta quietamente e trasformata in compassione, sovrumana, per
l'umano. La bravura di Laura Falqui regista consiste nell'aver saputo
tradurre tutto il dramma dell'esperienza mistica in una sequenza di
immagini - quasi fotogrammi - che sono altrettante raffinate citazioni
pittoriche, come se la fissità dell'immagine ricordata potesse fermare
davanti ai nostri occhi, almeno per un istante, l'instancabile oscillare di
Armelle. La sua bravura di interprete consiste invece, ogni volta, nel
farci dimenticare la pittura per riportarci all'incandescenza,
contraddittoria, del teatro.

Immagine 4

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