Università di Bologna - Progetto di ricerca: Il sogno raccontato nella letteratura moderna; coordinatore: Prof. Remo Ceserani


 

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Vanessa Pietrantonio
Fabio Vittorini
Jean-Daniel Gollut
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Ultimo aggiornamento:
31 marzo 2000

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Il sogno raccontato
nella letteratura moderna

 


 

Abstracts del ciclo di lezioni bolognese
(gennaio-giugno 2000)

 

 

Vanessa Pietrantonio
Il sogno nella letteratura: un'introduzione
(Bologna, 26 gennaio 2000)

Questo ciclo di lezioni sulla rappresentazione del sogno nei testi letterari tra Ottocento e Novecento nasce all'interno di un progetto di ricerca che ha visto la luce un anno fa e che ha come scopo quello di costruire un grande archivio informatico di sogni. Il progetto, che ha come sede centrale Bologna, coinvolge anche altre università (Pisa, Roma III, Macerata, Calabria, Basilea, Parigi) e ha una configurazione che non pone alcun limite di spazio: i diversi gruppi di studio lavorano sullo stesso tema in ambiti cronologici diversi. Bologna, insieme ad alcuni giovani ricercatori dell'università di Pisa, ha scelto di privilegiare quel momento cruciale tra Otto e Novecento in cui in Europa una sorta di gigantesco trauma prende forma nei vari campi del sapere e dell'attività umana e dopo il quale "niente sarà più come prima" e i confini del possibile e dell'impossibile risulteranno drasticamente modificati.

Esiste un testo che per noi che ci occupiamo del Sogno a queste date rappresenta una sorta di tappa obbligata, dal momento che, come ha sottolineato Starobinski, non solo è "uno dei libri che segnano il passaggio di un secolo, che costituiscono la gloria della cultura viennese e dominano la nostra epoca", ma è anche "il primo grande libro narrativo di un secolo che avrebbe trasformato profondamente tutte le forme del racconto": l'Interpretazione dei sogni di Sigmud Freud, che vede la luce nel 1899.

La nostra ricerca, dunque, ruota attorno a questo perno: la scelta non è arbitraria, poiché il sogno diventa a partire dal 1896 il punto di emergenza della teoria di Freud, il filo rosso che ci conduce attraverso le sue più clamorose e conturbanti scoperte. Non è infatti un caso che l'apparizione del complesso di Edipo avvenga attraverso l'analisi di un sogno, e che la leggenda di Edipo così come viene rappresentata nel testo di Sofocle diventi una sorta tema onirico universale. È Giocasta - ci spiega Freud nel capitolo dedicato al materiale e allele fonti del sogno - a spiegare ad Edipo la sua storia come sogno tipico e universale:

    Quanti prima di te, nei sogni loro
    Giacquero con la madre! Ma la vita
    Per chi vede in quest'ombre il nulla vano
    È solamente lievissimo peso.

Il sogno diventa modello di tutte le espressioni scambiate, fittizie, travestite del desiderio umano. La parola sogno non è parola che chiude, ma parola che apre a tutte le produzioni psichiche in quanto analoghe del sogno: in questo senso l'interpretazione dei sogni acquista un valore paradigmatico. "L'uomo - scrive a questo proposito Ricoeur - è quell'essere che è capace di realizzare i propri desideri nel modo del travestimento, della regressione e della simbolizzazione stereotipa. Nell'uomo e attraverso l'uomo il desiderio avanza mascherato. Il valore della psicoanalisi sta nella misura in cui l'arte, la morale, la religione sono figure analoghe, varianti della maschera onirica. La drammaticità del sogno viene in tal modo a essere interamente generalizzata nelle dimensioni di una poetica universale".

La scrittura dell'Interpretazione dei sogni nasce attraverso alcune rotture radicali che portano Freud ad allontanarsi dai suoi maestri, a rinunciare alla base organica della sua disciplina, a comportarsi come se si trovasse di fronte a fatti soltanto psicologici. Proprio in questo momento, alla fine 1895, l'interpretazione del sogno sono diventa la via regia che porta alla conoscenza dell'inconscio nella vita psichica. L'innovazione epistemologica appare allora radicale: il sogno diventa un testo dotato di senso. Partendo da questa decisione metodoligica, Freud scavalca la psicologia tradizionale, colpevole ai suoi occhi di appiattirsi soltanto su un livello descrittivo e di avere rinunciato a fornire spiegazioni adeguate.

Il testo onirico si presenta come lo spazio privilegiato che mette in rapporto una struttura profonda e una struttura di superficie. Il "sogno - scrive Freud - in fondo altro non è se non una forma particolare del nostro pensiero, resa possibile dalle condizioni dello stato di sonno. È il lavoro onirico che produce questa forma ed esso solo è l'essenziale del sogno, la spiegazione della sua peculiarità".

L'ipotesi dalla quale siamo partiti è basata su alcuni interrogativi: le procedure individuate da Freud diventano forse materiale da costruzione per i romanzieri a lui posteriori? La scena letteraria del sogno diventa nelle sue componenti in parte o totalmente traducibile attraverso questo modello?

Esiste un altro punto nell'Interpretazione dei sogni cruciale per valutare l'influenza della lezione freudiana all'interno dei testi letterari, poiché in questo punto preciso Freud contesta la possibilità di una interpretazione simbolica del sogno. Dopo l'analisi del sogno di Irma Freud scrive: "Ogni sogno ha perlomeno un punto in cui esso è insondabile, quasi un ombelico attraverso il quale esso è congiunto con l'ignoto". Queste parole appaiono all'inizio del libro per ricomparire sostanzialmente identiche alla fine. Non solo, ma a uno sguardo retrospettivo esse sembrano un'anticipazione di quella che sarà l'approdo dell'interpretazione freudianala coscienza dell'infinibilità dell'analisi.

A partire dall'analisi del sogno, delle sue modalità, Freud si rende conto dell'impossibilità di stabilire una equivalenza perfetta tra contenuto manifesto e i contenuti che l'interpretazione riporta alla luce: resta sempre uno scarto, un vuoto incolmabile a impedire alla traduzione di risultare perfetta. Se tutto questo è vero, se il sogno in qualche modo resta in una zona altra che sfugge in parte a ogni tipo di controllo, quale impatto dirompente può avere questa nuova configurazione del sogno rispetto alla struttura classica del racconto onirico?

Cerchiamo di rispondere a questa domanda analizzando i testi di due autori che sembrano costruire i loro sogni con quello che, freudianamente parlando, abbiamo definito l'ombelico del sogno. Nella Coscienza di Zeno, Svevo sembra avere imparato da Freud a costruire sogni non più come apparati il cui contenuto è sostituibile nella sua totalità con un altro contenuto comprensibile e sotto certi aspetti analogo, ma come entità che eludono il testo, che non possono essere pienamente convertite, che appaiono melmose, rebus irressolubili, sempre in posizione di eccesso rispetto al racconto attribuito ora al narratore ora al personaggio: essi diventano in una parola spazi di non coscienza. Nei racconti di Kafka, invece, l'ombelico del sogno appare spinto fino alle sue estreme conseguenze: se le sue favole psichiche - la definizione è di Giacomo Debenedetti - hanno fatto dell'altrove il proprio centro, del registro onirico la loro componente dominante, allo stesso tempo si assiste però alla sparizione della forma del sogno raccontato. L'ombelico da una posizione periferica passa al centro della scena, inghiotte come in un vortice la narrazione, cancella ogni diaframma, azzera ogni indice di soglia. Questi racconti senza una entrata e senza uscita possono ancora essere considerati dei sogni?

Se queste sono le premesse teoriche dalle quali siamo partiti, vediamo adesso più da vicino quali sono le modalità operativa con cui abbiamo pensato di organizzare il nostro lavoro e come abbiamo cercato di evitare alcuni rischi. Se la nostra ricerca ha come punto focale il sogno l'ambito di questo lavoro rientra nel campo della critica tematica e delle lettarature comparate.

Un limite del nostro studio, che ha come obbiettivo quello di costruire una storia del sogno raccontato, è che la raccolta dei materiali rientra negli stretti confini del canone occidentale: attualmente la configurazione di questo progetto non è in grado di garantire alcuna potenzialità transculturale per il semplice fatto che le unità operative coinvolte si trovano prive di strumenti per colmare questa lacuna.

Spesso la critica tematica tende ad annullare lo specifico letterario che ogni testo porta con sé: d'altro canto anche le periodizzazioni storiche attraverso cui talvolta vengono interpretati i temi letterari non sono immuni dal rischio della banalizzazione. Noi dal canto nostro abbiamo deciso di salvaguardare la letterarietà di ogni opera attraverso una maschera teorico-narratologica che servirà come prima interrogazione dei testi e si manterrà su un piano decisamente descrittivo.

Dopo questa prima fase del lavoro noi dovremmo spostarci su un altro livello, molto labile e di difficile controllo: sto parlando di quel campo per sua natura inesuribile che è lo spazio dell'immaginario e che trascende la letteratura. Per salvaguardare la fluidità del tema che abbiamo scelto, per rispettare la sua natura regressiva e perturbante, il sogno, nato tra le sfere eretiche del sapere, relegato spesso tra i confini della magia e della superstizione, dovrà in qualche modo mantenersi ai margini dello spazio di dominio che è la cultura. Per realizzare tutto questo cercheremo di creare una rete tematica suggerita dai materiali raccolti, perché solo attraverso la costruzione di un reticolo di temi il sogno potrà mantenere la sua inconsistenza e non diventare un'entità astratta.

L'obbiettivo di questo lavoro sarà allora di penetrare attraverso una delle due porte simboliche che immettono nel mondo dei sogni viste in sogno da Penelope nel canto XIX dell'Odissea: attraverso quella d'avorio passano i sogni falsi, quelli che ingannano, attraverso la porta di corno i sogni veri, quelli che si compiono e che si realizzano. Noi che stiamo costruendo questo archivio oltrapasseremo quella porta non per costruire una nuova onirologia, ma nel tentativo di dare forma a un grande testo nel senso barthesiano del termine, dove ogni singola opera vive della propria alterità e del proprio potere di contestazione rispetto a quelle che gli vivono accanto. Questo ciclo di conferenze si configura allora nel nostro percorso come una sorta di grande passeggiata immaginaria - l'immmagine è presa a prestito da Freud - dove ogni lezione è un sentiero destinato inevitabilmente a interrompersi perchè costitutivo del sogno lo abbiamo già detto è proprio quello di vivere in una dialettica tra vuoto e pieno.

 


 

Fabio Vittorini
Il sogno nella letteratura: un'introduzione
(Bologna, 26 gennaio 2000)

Parlando di sogni, anche quando si tratti di sogni e letteratura, è inevitabile finire coll'evocare ai margini del proprio discorso l'ombra indiscreta della psicoanalisi freudiana e questa singolare evocazione potrà assumere a seconda dei casi le forme dell'invocazione o dell'esorcismo: l'invocazione di una tutela indispensabile o l'esorcismo di una premessa troppo ingombrante. Il nostro caso riassume in sé entrambe queste opzioni.

Non possiamo però, chiamando in causa Freud, non dichiarare i moventi di una menzione solo in apparenza inevitabile:
1) i partecipanti a questo progetto di ricerca, o perlomeno i componenti l'unità di ricerca bolognese, hanno puntualmente incontrato, in momenti diversi della loro formazione intellettuale e spinti da esigenze eterogenee, alcune o tutte le opere di Freud, alcune o tutte le nozioni fondanti della psicoanalisi freudiana, e sulla scorta di queste ultime hanno maturato un'idea di letteratura, o un'idea di teoria della letteratura, valida non solo in presenza di oggetti immediatamente riconoscibili come freudiani (sogni, lapsus ecc.), ma in presenza di qualsiasi oggetto letterario o fenomeno testuale;
2) le nozioni elaborate da Freud nell'Interpretazione dei sogni (censura, condensazione, spostamento, rappresentabilità, simbolismo) possono essere impiegate come preziosi strumenti di analisi di qualsiasi formazione testuale, e in particolare di formazioni testuali quali il racconto di sogni, la messa in scena di atti mancati ecc.

Era dunque prevedibile che i due brevi interventi di questa seduta iniziale del seminario sul sogno raccontato partissero proprio da citazioni, riflessioni o divagazioni freudiane. Per parte mia, tenterò di descrivere le premesse e gli sviluppio iniziali del nostro lavoro di ricerca tenendo in filigrana alcune righe del saggio Pulsioni e loro destino (1915), in cui Freud scatta una sorta di istantanea lucidissima e assolutamente perspicua sugli eventi che contraddistinguono la fase aurorale di ogni scienza.

La nostra attività di ricerca, piuttosto che prendere le mosse da concetti chiari ed esattamente definiti, è iniziata con la descrizione di fenomeni, che sono poi stati progressivamente raggruppati, ordinati e messi in connessione tra loro. Nel corso di questa descrizione anche noi non abbiamo potuto evitare di applicare, in relazione al materiale dato, determinate idee astratte, che evidentemente provenivano da qualche parte, e non certo esclusivamente dalla nostra nuova esperienza di lettori di sogni raccontati. La ricerca si era prefissa l'obiettivo di analizzare il sogno come microtesto narrativo nel romanzo europeo dell'epoca moderna, con una particolare attenzione al momento di trasformazione dei parametri culturali ed epistemologici che, tra Ottocento e Novecento, ha introdotto nella nostra cultura una diversa concezione e interpretazione del sogno e allo stesso tempo ha trasformato radicalmente le modalità di rappresentazione dei personaggi, dello scorrere del tempo, dei movimenti e delle prospettive della coscienza. Procedendo allo spoglio sistematico di romanzi e racconti pubblicati in quell'arco di tempo, abbiamo anche cominciato ad inventariare situazioni, descrivere caratteri, istituire tipologie, distinguere tra sogni e visioni, tra sogni veri e propri e sogni a occhi aperti, identificare e classificare "segnali di soglia", definire costanti e variabili tematiche e stilistiche. Tutte queste operazioni classificatorie avevano origine in qualche modo da un pregiudizio fondato sulla coscienza già acquisita dei rivolgimenti culturali ed epistemologici verificatisi all'inizio del Novecento e della portata delle scoperte freudiane.

Queste idee preformulate erano comunque destinate a mantenere un'assoluta preminenza nell'elaborazione ulteriore della materia. Finché, nelle prime battute della ricerca, esse hanno avuto un certo grado di indeterminatezza, ci siamo intesi sul loro significato riferendoci continuamente al materiale dell'esperienza da cui sembravano ricavate, ma che in realtà era ad esse subordinato. Queste idee avevano dunque un carattere essenzialmente convenzionale, anche se non erano state scelte a caso, ma erano state determinate in base a relazioni significative con il materiale empirico, relazioni che abbiamo supposto di intuire prima ancora di avere avuto la possibilità di riconoscerle e di indicarle.

Soltanto in seguito a un'esplorazione approfondita del nostro ambito di fenomeni abbiamo potuto effettivamente isolare e definire con una certa precisione alcuni concetti fondamentali, rettificandoli progressivamente in modo tale che essi fossero ampiamente utilizzabili e il più possibile esenti da contraddizioni. Solo allora è giunto il momento di costringere quei concetti in definizioni, tentando di elaborare una vera e propria "teoria" del sogno narrato: ne abbiamo quindi studiato attentamente i meccanismi e i protocolli, abbiamo predisposto una griglia di interrogazione dei testi, che ne consentisse una schedatura e una classificazione guidate da criteri uniformi e ben definiti, applicabili allo stesso modo dalle diverse unità di ricerca coinvolte nel progetto. Tuttavia il progresso delle nostre conoscenze non ha consentito definizioni rigide: anche i nostri "concetti fondamentali", pur consegnati in definizioni rigorose, hanno subito e continuano a subire un costante mutamento di contenuto.

La griglia di interrogazione dei testi è stata anch'essa in larga parte condizionata da alcuni presupposti ascrivibili a quella che per comodità abbiamo definito la nostra formazione freudiana:
1) se l'analisi di un sogno è innanzitutto la definizione del rapporto intercorrente tra il materiale onirico latente e il sogno manifesto, tra un contenuto e una forma, ovvero tra una struttura profonda e una struttura di superficie, l'analisi del racconto di un sogno sarà la definizione del rapporto intercorrente tra una struttura superficiale ulteriore, quella data dal medium letterario-narrativo, che assurge a nuova forma, e la precedente struttura superficiale, che assume qui la funzione di contenuto. Questa sorta di slittamento finisce col creare delle ambiguità strutturali, che si traducono, in termini di analisi, in dubbi a volte irresolubili: ad esempio, quando ci si chiede se il sogno raccontato è interpretabile in base al macrotesto e, nel caso in cui non lo sia, se è fornito di quello che Freud chiama "ombelico", cioè di un "punto in cui esso è insondabile" e "attraverso il quale esso è congiunto con l'ignoto", si intende che il lettore deve cercare nel racconto del sogno un punto in cui il senso si smarrisce o che invece deve registrare se colui che racconta il sogno allude all'esistenza di quel punto, se in altre parole il racconto del sogno tematizza l'esistenza dell'ombelico?
2) il racconto del sogno presenta una situazione narrativa molto simile alla terza delle tre situazioni narrative cui può dare origine, secondo Mario Lavagetto, la relazione analitica: la situazione del resoconto analitico, in cui l'analista, dopo avere ascoltato silenziosamente il paziente (1ª situazione) e dopo avere cooperato con lui nella costruzione del romanzo analitico (2ª situazione), diviene narratore unico (3ª situazione) nella stesura del caso clinico. Nel racconto di un sogno spesso il narratore, dopo avere ascoltato (realmente o in virtù della sua onniscienza) il racconto del personaggio (che può anche essere il narratore stesso), se ne impossessa e lo trasmette al lettore, corredato o meno di un apparato interpretativo, esplicito o implicito.

La nostra griglia prevede, dopo l'elenco di alcuni dati materiali indispensabili (Autore, Titolo, Genere, Data e luogo della prima pubblicazione, Edizione utilizzata e indicazione delle pagine, Titolo convenzionale del sogno, Identità del sognatore), l'analisi di aspetti testuali legati:

    1) alla situazione narrativa che caratterizza il racconto del sogno, 2) alla messa in scena del sogno,
    3) ai caratteri stilistici del racconto,
    4) all'interpretabilità del sogno,
    5) alle funzioni del racconto del sogno entro il macrotesto.

In fondo alla griglia sono poi previsti due spazi elastici e a lungo dibattuti destinati:
1) alle parole chiave, che dovrebbero permettere di rendere immediatamente visibili gli elementi tematici e simbolici caratterizzanti dei singoli testi, con tutto il carico di arbitrarietà che una tale operazione comporta;
2) ad eventuali annotazioni utili a salvaguardare la specificità del testo che la griglia, col suo alto grado di formalizzazione dei dati, rischia di oscurare.

Una ulteriore e conclusiva riflessione sul potenziale esplicativo e sull'uso della nostra griglia può essere ancora stimolata da uno spunto freudiano, proveniente questa volta da Totem e tabù (1912-13), secondo il quale ciò che caratterizza nel modo più efficace un sistema è il fatto che ogni suo prodotto permette di scoprire almeno due possibili motivazioni, una derivante dalle premesse del sistema stesso e una nascosta, che dobbiamo infine riconoscere come la motivazione vera, effetivamente operante.

La nostra griglia costituisce a suo modo un sistema o l'impalcatura di un sistema; le analisi dei testi che risultano dalla sua applicazione conducono sempre a due possibili spiegazioni: la prima deriva dall'inevitabile freudianità del nostro approccio al sogno, l'altra, nascosta, quella col cui rinvenimento coincide l'obiettivo del nostro lavoro, la motivazione vera e effettivamente operante, è quella legata all'identità dei singoli testi o dei corpus parziali di testi (isolati per autori, movimenti, generi) che abbiamo esaminato. Identità che va salvaguardata, anche se si intende compilare, ed è la più remota e la più ambiziosa delle nostre intenzioni, una storia del sogno raccontato nella letteratura occidentale, perché - dice Šklovskij - non bisogna mai affrettarsi a concludere l'analisi: nell'indecomponibile è il pegno di sempre nuove costruzioni.

 


 

Jean-Daniel Gollut
Centre de recherche en linguistique textuelle et analyse des discours
(Université de Lausanne)
Sujet du discours et discours du sujet:
l'identité personnelle dans le récit de rêve

Bologna, 23 febbraio 2000

La question que je propose d'examiner ici est celle du rapport à soi-même tel qu'il est éprouvé et représenté à l'occasion de la narration de l'expérience onirique. Je vais envisager ce rapport comme un problème, produit d'une antithèse dont voici les termes: d'une part, rien de plus personnel que le récit de rêve, rien qui appartienne davantage au sujet qui s'y énonce; d'autre part, rien de plus équivoque, au moment de raconter le rêve, que la relation du sujet à lui-même. Mon exposé vise à montrer comment cette tension se manifeste dans le discours.

Le récit de rêve peut être défini comme un discours qui engage au plus haut degré l'appareil et les implications d'une énonciation personnelle. Ce jugement procède de considérations situées à trois niveaux différents, que je qualifierai respectivement de linguistique, cognitif et herméneutique. Michel Riffaterre invoque à cet égard le "sociolecte moderne", c'est-à-dire la conception psychanalytique du rêve; et c'est également dans ce cadre épistémologique que je situe ma réflexion et la problématisation annoncée. Cela ne veut pas dire que je vais tenter d'interpréter symboliquement les textes, ni que je tiens forcément pour vraies les thèses freudiennes ou autres. Cela signifie seulement que la psychanalyse constitue aujourd'hui une doxa, une opinion reçue dont les esprits contemporains sont forcés de tenir compte, qu'ils y adhèrent ou non.

Sur cette base je peux maintenant poser la contrepartie du problème, le deuxième terme de l'antithèse annoncée. Car si Riffaterre n'a certainement pas tort quand il souligne la dimension foncièrement subjective, ego-centrée, du récit de rêve, quand il le définit comme un type de discours saturé d'implications personnelles, il faut ajouter aussitôt que cette définition ou cette conception n'est probablement pas de nature, dans la pratique, à régler la question de la place et de l'identité du sujet. Il semble au contraire que cela oblige à rebondir, à envisager un retournement de la question. Car, dans la mesure même où le moi est censé s'y trouver profondément engagé ou exposé - et avec des implications psychiques, morales, difficilement maîtrisables- le récit de rêve a de fortes chances de devenir pour le sujet un lieu d'interrogation sur lui-même. Je défendrai donc l'idée que la référenciation personnelle du récit de rêve peut s'avérer, sur le moment, l'occasion d'une mise à l'épreuve du rapport d'identité, voire de mise en crise de la relation subjective. On ne peut pas penser que le rêve "révèle les profondeurs cachées du moi " (Riffaterre, toujours, suivant la leçon de la psychanalyse) sans se dire en même temps que cette révélation doit être éminemment destabilisante, dérangeante, et qu'elle est susceptible de troubler profondément le regard que le sujet porte sur sa propre identité. Au vu des mises en question qu'il impose à la conscience de soi, le récit de rêve est-il donc voué à susciter la déconstruction de l'unité du sujet, à provoquer un effondrement du sentiment d'identité?

Cela est possible, si on s'en tient à le considérer comme un énoncé autonome, clos, fermé sur lui-même. Dans ce cas, le récit de rêve reste isolé dans son étrangeté, et le moi peine, comme on l'a vu, à se retrouver en lui. Mais sans doute faut-il plutôt intégrer le récit de rêve dans un processus dynamique et récupérateur. Le récit de rêve appelle une interprétation. Or, l'interprétation passe d'abord par les associations d'idées que l'éveillé va développer à propos des données du récit. Dans cette activité discursive, pensées conscientes et contenus du rêve vont être mis en rapport, des correspondances entre le discours de l'éveillé et celui du rêveur vont pouvoir s'établir. Et la glose interprétative, en faisant apparaître que le moi est bel et bien comptable du rêve, permettra au sujet de se réapproprier cette expérience dans laquelle, le temps de la raconter, il avait pu se croire aliéné.